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Il 24 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto di golden power, i poteri speciali che permettono al governo di tutelare le attività di valore strategico nazionale, su Pirelli e sulla società ingegneristica piemontese Abet High Tech Solutions. Pirelli e Abet hanno ricevuto la notifica il 28 settembre. Non è la prima volta quest’anno che Pirelli finisce sotto golden power: ad aprile il governo era già intervenuto sulla stessa azienda, ma per un motivo diverso, l’influenza dell’azionista cinese Sinochem. I due interventi, letti insieme, raccontano qualcosa di più ampio di una singola operazione industriale: un gruppo che ridisegna il proprio azionariato e, nello stesso periodo, apre un fronte nuovo nella difesa.
Ulisse: il veicolo che porta le gomme Pirelli sul campo
Al centro della vicenda c’è un accordo firmato il 5 agosto tra Pirelli e Abet High Tech Solutions, parte del gruppo Abet Laminati, per lo sviluppo congiunto di veicoli terrestri elettrici a guida remota, gli UGV (Unmanned Ground Vehicle). Il primo progetto si chiama Ulisse: secondo quanto riportato nel decreto, è attualmente in fase di omologazione come veicolo per uso militare, logistico e multifunzione.

La tecnologia che Pirelli porta nell’accordo è Cyber Tyre: pneumatici dotati di sensori che raccolgono dati e li trasmettono in tempo reale ai sistemi di bordo. Applicata a un UGV, questa tecnologia serve a mantenere la massima aderenza nelle condizioni ambientali più diverse e a ottimizzare la gestione da remoto del veicolo. Abet HTS mette sul tavolo le proprie competenze nella progettazione di mezzi per ambienti estremi, oltre a una scocca blindata superleggera. Le due aziende lavoreranno anche insieme su modelli di intelligenza artificiale e machine learning per interpretare i dati raccolti dai sensori Cyber Tyre e sviluppare funzionalità predittive a bordo del veicolo.
L’uso previsto per Ulisse non è esclusivamente militare. Il ceo di Abet HTS, Fulvio Serra, lo ha descritto come un mezzo destinato alla logistica e al soccorso militare nei teatri operativi, oltre che a interventi in scenari civili complessi come terremoti, incendi o aree contaminate. È la stessa logica dual use che negli ultimi anni ha portato diverse tecnologie civili italiane, dai droni ai sistemi di visione artificiale, a trovare applicazione anche nei programmi della difesa.
Le prescrizioni del golden power
Il decreto di settembre non blocca l’accordo, lo autorizza imponendo condizioni di tipo tecnico e organizzativo, motivate dalla tutela degli interessi essenziali della difesa e della sicurezza nazionale, come comunicato dalla stessa Pirelli.
Nel concreto, le prescrizioni riguardano quattro aspetti. Primo: una segregazione tecnologica e organizzativa tra le attività legate ai “Programmi della difesa di interesse dell’Italia” e il resto delle attività del gruppo, compresa una segregazione strutturale della piattaforma cloud dedicata. Secondo: l’obbligo di mettere a disposizione delle Forze armate italiane e degli altri operatori pubblici e privati del settore le tecnologie e i risultati della ricerca sviluppata per la difesa. Terzo: un vincolo sul know-how, che non potrà essere ceduto o rivelato a terzi, nemmeno nell’ambito di collaborazioni internazionali, finché non cessino le esigenze nazionali e senza il consenso del ministero della Difesa. Quarto: per le attività rilevanti ai fini della difesa, Pirelli potrà nominare come responsabili solo persone di esclusiva cittadinanza italiana, munite di abilitazione di sicurezza personale per gestire informazioni classificate.

Per rispettare queste condizioni, Pirelli ha costituito una nuova unità organizzativa, Public Safety Solutions, affidata ad Aimone di Savoia Aosta, senior vice president Institutional and Regulatory Affairs del gruppo. La struttura dovrà presidiare lo sviluppo e la gestione dei rapporti contrattuali con la clientela del comparto difesa, verificare la conformità dei prodotti ai requisiti richiesti e classificare preventivamente prodotti e tecnologie come duplice uso o materiali di armamento. Avrà autonomia organizzativa propria.
Da Sinochem a Washington, il riposizionamento di Pirelli
Per capire perché il governo ha ritenuto necessario intervenire due volte in sei mesi sulla stessa azienda, serve guardare a cosa è successo prima. Ad aprile il golden power aveva riguardato un tema diverso: l’influenza di Sinochem, la compagnia statale cinese che all’epoca deteneva il 34,1% di Pirelli, primo azionista del gruppo. Il decreto di aprile ha limitato Sinochem a tre consiglieri in CdA, nessuno dei quali può avere deleghe su decisioni finanziarie, industriali o strategiche, e ha vietato a Pirelli di condividere con l’azionista cinese informazioni sensibili su ricerca, proprietà intellettuale e know-how tecnologico, oltre a impedire il trasferimento di dati e servizi verso infrastrutture extra-europee o legate al governo cinese. Queste restrizioni restano in vigore finché Sinochem non scende sotto il 10%.
Da allora la composizione azionaria è cambiata: oggi il primo azionista non è più Sinochem (scesa al 20%) ma il presidente esecutivo Marco Tronchetti Provera, salito al 29,9%. Nello stesso periodo Pirelli ha annunciato un piano di investimento da un miliardo di dollari negli Stati Uniti, un mercato che ha posizioni molto nette contro le tecnologie cinesi nei veicoli connessi, e ha firmato un’intesa con i Carabinieri per sperimentare i Cyber Tyre su alcune vetture del Nucleo radiomobile di Roma. L’accordo con Abet HTS sulla difesa arriva dentro questa stessa traiettoria.
Una storia ancora da scrivere
Preso da solo, l’accordo Pirelli-Abet è un caso di dual use abbastanza lineare: un’azienda che porta una tecnologia civile, i sensori Cyber Tyre, in un segmento nuovo, i veicoli terrestri senza pilota per impieghi militari e di soccorso. Letto insieme al golden power di aprile, racconta una storia più ampia: un gruppo industriale italiano che nel giro di pochi mesi riduce il peso di un azionista cinese, rafforza i legami industriali con gli Stati Uniti e le forze dell’ordine italiane, ed entra nella difesa sotto condizioni che il governo ha voluto scrivere nel dettaglio fin dall’inizio, non correggere a cose fatte.
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